Quando eravamo corti

Non è l’abito che fa il monaco?
L’invenzione dei keikogi (o abito di allenamento) è una invenzione “moderna”.
E, per quanto riguarda gli stili di arti marziali inclusi nell’orbita del Giappone, è innegabile che questi riprendano la tradizione del Sol Levante (che a sua volta dovette molto alla tradizione cinese).
Dunque, quegli ampi baveri incrociati richiamavano fortemente l’abito tradizionale del popolo giapponese.
Così come la cintura ed il suo nodo (in realtà, era ancora più basico) erano necessari per chiudere la parte superiore.
Il “sistema” della graduazione e l’uso dei colori che oggi definisce abilità ed esperienza, anche essi sono un’intuizione del venerabile Jigoro Kano.
Ma qui, vorrei soffermarmi proprio sulle dimensioni del keikogi.

Non a caso, la prima foto che propongo è quella che ritrae Maeda, poi Carlos Gracie ed infine Helio Gracie:

da sx: Maeda, Carlos Gracie, Helio Gracie

Avete notato una evoluzione del keikogi?

Sono bastati solo alcuni anni ed inevitabilmente la lunghezza delle maniche e dei pantaloni si è allungata.

Qui sotto, la foto di un keikogi per le moderne competizioni di Jiu Jitsu brasiliano:

Io, in una plastica posa da album di figurine

Trovato le differenze? Il keikogi è ancora più lungo, non v’è dubbio alcuno!

Ora, ciò non risulta essere annoverato tra gli scandali che determinano la vita ordinaria degli esseri umani…ma quella della pratica e sportiva, si!Sarebbero state possibili tutte quelle posizioni che richiedono una salda presa alla manica dell’avversario (e non solo sulle maniche)?

spider-guard

L’allungamento del keikogi (e la robustezza del materiale) ha permesso lo sfogo di una creatività che sembra essere senza limiti, offrendoci innovazioni esuberanti e terribilmente efficaci.
Asserire che tale keikogi sia simile all’abbigliamento moderno è quantomeno generoso. Baveri molto resistenti, ampi, lunghi, senza cerniere (che di sicuro ferirebbero le dita), maniche ampie e resistenti, pantaloni lunghi e mai attillati (assoluta rarità nelle mondane cronache del fashion) sono un sicuro miraggio per coloro che cercano somiglianze e paragoni.

Dunque, il Jiu Jitsu brasiliano si è evoluto soprattutto come sport anche grazie alla propria uniforme, su questo non vi è dubbio.
Esattamente come successe con il Judo ed esattamente come le tecniche del Sambo si siano evolute e subordinate al loro Kurtka, la versione russa del keikogi.

Vi erano molti stili di Ju Jitsu ma non è difficile immaginare che molte delle tecniche proposte, quelle a mani nude prevedevano molte prese ai polsi, al collo e molte di queste non necessitavano di prese sull’indumento proprio come riportate questa stampa:

Ora, per fare un esercizio di fantasia e creatività, cosa ne sarebbe del Jiu Jitsu brasiliano e di quegli stili che prevedono l’uso del keikogi se questo fosse “sostituito” con l’abbigliamento comune oramai in molti dei paesi occidentali ed asiatici?
Sarebbe interessante, davvero interessante!

Le fasi dell’apprendimento

Apprendere è un processo prima emotivo, piuttosto che muscolare. Anzi, è un processo neuro-muscolare condito del motore che vitalizza l’essere umano: l’emotività.

Infatti, è stato osservato che chiunque, nell’apprendere un’attività, attraversa 4 fasi, caratterizzate da combinazioni tra competenze acquisite e motivazione.

1) La fase dell’entusiasmo, caratterizzata da alta motivazione e bassa competenza: si tratta della situazione tipica di chi affronta le prime lezioni ed è convinto di poter rapidamente acquisire capacità soddisfacenti. In questa fase il principiante è affamato di conoscenze e di indicazioni e non ha bisogno di incoraggiamenti.

2) La fase della frustazione, con bassa motivazione e bassa competenza: esaurito l’entusiasmo iniziale il praticante si rende conto della reale difficoltà della disciplina e comincia a nutrire forti dubbi sulle proprie possibilità di farcela. In questa fase si verificano moltissimi abbandoni, in quanto ci si convince di non essere in grado di superare gli ostacoli.

3) La fase dell’autonomia, caratterizzata da competenze sufficienti per affrontare la pratica nel Dojo: la maggior parte dei praticanti che rinnovano il proprio impegno di anno in anno hanno superato la fase della frustazione e hanno raggiunto una discreta autonomia. Riescono a praticare nel gruppo traendone soddisfazione, ma sono incerti relativcamente a sfide impegnative (ad esempio esami o gare). In questa fase gli abbandoni sono più rari e possono derivare da cause esterne piuttosto che incidenti durante il percorso.

4) La fase dell’indipendenza, caratterizzata da capacità di auto-motivazione e competenza significativa: sono i praticanti che affronteranno situazioni altamenti sfidanti, quali esami o competizioni impegnative. Si motivano autonomamente e a valle di un insuccesso, quale la bocciatura ad un esame oppure ad un gara, e sono visti come persone di riferimento da altri pratianti. In questa fase l’abbandono è rarissimo e generalmente dovuto ad incomprensioni nel rapporto con l’istruttore.

Chiunque può riconoscersi in una di queste fasi. Sapere questo ci porta ad una consapevolezza maggiore e la sensazioni di “non essere soli ed incompresi” genera maggiore responsabilità e ci invita ad una scelta: intenderò praticare con attenzione e dedizione per il tempo che necessità tale arte?

Di seguito, un link che porta ad un articolo davvero dettagliato su come navigare e vincere il plateau:

Dall’essere incastrato al tornare al Successo: come gestire i Plateau

Devi solo fare un passo…sul tatami

Perchè sul nostro tatami?

La nostra accademia conosce i tempi, i ritmi e le necessità della vita quotidiana.

Per questo la pratica che proproniamo non si rivolge al solo giovane che gode di tempo e poche responsabilità, ma anche all’uomo che desidera riprendere un’attività motoria anche se non necessariamente sportiva.

Se ci concentrassimo esclusivamente sulle competizioni sportive perderemmo il senso di questa disciplina, ovvero l’arte-marziale.
Noi vogliamo recuperare il senso e la pratica di questo meraviglioso stile: disciplina ed efficacia.
Questo, però, rispettando i molteplici impegni che ogni individuo vive.

Perchè una disciplina è ancora più efficace se sul campo, il nostro tatami, vi sono individui di tutte le età. La pratica non è relegata solo ai giovani muscoli corroborati dall’ardore titanico. Il Jiu Jitsu è per tutti!

Vieni a trovarci!

BJJ over 40? Nulla dinuovo…almeno per noi

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Quando iniziai a rotolarmi su tappetini di gomma, a metà degli anni ’90, ero all’apice della mia forma fisica. Se non altro, ero giovane ed ancora pieno di testosterone. Non solo: disponevo del mio tempo libero in modo pieno e soddisfacente. Ciò, ovviamente, permetteva di impegnarmi in molti hobbies e di sicuro la pratica di alcune discipline marziali avevano la precedenza contando poi su una capacità di recupero che oggi, over 40, definirei sorprendente!

Sono passate diverse primavere e molti inverni e ricordare quegli anni di vigore da un lato è piacevole ma dall’altro…è segno inevitabile che il tempo fugge e che non sembra ripercorrere le stesse strade.

Sono passate ore ed ore sul tatami e molte di queste con infiammazioni che mi hanno accompagnato per molti mesi, quando non anni, ma ho avuto la capacità a tener duro anche quando gli affanni, gli accadimenti, gli impegni e le vicissitudini minavano o richiedevano totale impegno e attenzioni.

Ma davvero strabiliante è stato passare il mio tempo sul tatami con ragazzi e poi allievi, oramai divenuti uomini, che spegnevano candeline aggiungendo anni su anni. Ci siamo così ritrovati adulti e molti di noi hanno raggiunto pericolosamente quota 40.

Oggi allo Zanshin Kai Jiu Jitsu non siamo in pochi nella fascia degli “anta” ma viviamo tale esperienza in modo naturale, semplice ed anzi meravigliandoci ancora delle nostre percezioni, delle nostre facoltà fisiche e mentali che riusciamo ancora a infondere nella nostra pratica marziale.

Condividiamo – e forse è inevitabile ma ciò non è scontato – le stesse aspettative: praticare per ottenere una buona forma fisica, mettere in gioco le nostre resistenze e forse dilatare lo spazio che intercorre tra l’arrogante gioventù e la stanca senilità.
Essere in grado di sostenere diversi rounds senza troppo cedere alla stanchezza e mostrare un buon Jiu Jitsu è il nostro primo scopo. Praticare un Jiu Jitsu utile anche a preservare la nostra incolumità è diventato un incentivo per esplorare altre zone grige nel mondo del Jiu Jitsu brasiliano, come la difesa pessoal applicata poi senza partecipazione passiva dell’avversario.

E ciò ci porta inevitabilmente a selezionare le tecniche più congeniali e quelle che più si adattano alla nostra fisicità, alla nostra preparazione e ai nostri scopi. Lo oserei definire un Jiu Jitsu meno ossessivo e forse più meditato.

Abbiamo accanto a noi la nostra bottiglia d’acqua spalmata di integratori salini e nastri sempre pronti per fasciarci le dita.
Abbiamo con noi tutori per caviglie, ginocchia, spalle e polsi.
Abbiamo orari di lavoro spesso indecenti.
Abbiamo famiglie che richiedono presenza ed attenzioni.
Abbiamo impegni da adulti in un mondo di adulti.
Abbiamo poi altri interessi – evviva! – che ci arricchiscono come persone ma che chiedono tempo ed intelligenze.
Abbiamo stanchezze accumulate negli anni.
Ed abbiamo molte più scuse rispetto ai ventenni, ma ci facciamo catturare rarissimamente da queste.
Abbiamo cicatrici, ossa deviate, respiri affannati e complicità di sguardi, quando a fine lezione siamo ancora lì a chiederci per ancora quanto tempo avremmo l’opportunità, o il privilegio, di poter frequentare il corso.

Poiché siamo prima di tutto praticanti e non spettatori dallo sguardo distratto non ci stiamo chiedendo quando cederemo, ma se avremo compagni intelligenti con cui continuare la pratica per altri 40 anni!